Riceviamo:
Adesso basta. La difesa dei Poggi si è smentita da sola. Per anni ci è stato detto che la sentenza era intoccabile. Che tutto fosse chiaro. Che ogni dubbio fosse fastidioso, irrispettoso, quasi sovversivo. La linea era una sola: questa è la ricostruzione e non si discute.
Oggi, invece, si discute.
Eccome se si discute.
La stessa difesa che per anni ha difeso quella ricostruzione come un dogma, oggi la riscrive pezzo dopo pezzo. Oggi compare l’Estathè bevuto in cucina. Oggi si sposta il luogo dell’aggressione.
Oggi cambia il movente.
Non più la scoperta di presunti video, ma una rabbia improvvisa, costruita su una tesi aperta.
E dovremmo far finta di niente?
Mettiamo i fatti in fila. Qui non si tratta di opinioni, ma di coerenza. La sentenza difesa per anni descrive una dinamica precisa: ingresso, corridoio, cantina, pulizia accurata di mani, lavabo e sifone, uscita, chiusura del cancello.
Tempo totale: 23 minuti.
Ma quegli stessi 23 minuti non sono tutti disponibili.
La sentenza dice che 6–7 minuti servono solo per il rientro in bicicletta.
Restano 16–17 minuti.
Non uno di più.
In 16–17 minuti dovrebbero avvenire:
– l’aggressione
– il trascinamento del corpo
– la caduta lungo le scale
– la messinscena
– una pulizia meticolosa
– il recupero di arma e panni
– l’uscita indisturbata
E adesso si aggiunge altro.
Perché l’Estathè va bevuto.
Il contenitore va gestito.
E, secondo la nuova versione, va anche buttato.
Sempre lì.
Sempre dentro quei 16–17 minuti.
Poi rientro a casa, computer acceso, lucidità sufficiente per lavorare a una tesi.
Davvero è questa la ricostruzione che non si poteva discutere?
C’è un motivo se questa nuova narrazione arriva adesso.
Dopo l’emersione del DNA di Sempio sotto le unghie di Chiara, l’attenzione viene spostata.
Non più su ciò che è sotto le unghie della vittima, ma sul DNA di Stasi su una cannuccia.
Dalla scena del delitto a un oggetto da cucina.
Ed è qui il punto.
Non si può difendere una sentenza come intoccabile e poi riscriverla quando non regge più.
Le sentenze non si aggiornano.
Le ricostruzioni non si spostano di stanza in stanza.
O stanno in piedi.
O crollano.
Qui non siamo davanti a chi “fa domande”.
Siamo davanti a una difesa che rincorre le domande.
E quando una difesa rincorre, il problema non è chi chiede.
Il problema è perché quelle domande fanno così male.
La giustizia non si protegge cambiando versione.
Non si salva comprimendo i minuti.
Non si difende spostando le stanze.
Si difende restando in piedi.
E qui, ormai, qualcosa non sta più in piedi.


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