Voghera si sveglia carnevalesca e scopre di aver organizzato un evento così intimo da sembrare una riunione di condominio con coriandoli. In piazza, il Contest di Carnevale prometteva folla oceanica, entusiasmo collettivo e delirio festoso. Dietro al palco, invece, una quantità di persone tale da poter essere contata senza l’uso dell’abaco.
Sul palco, un manipolo eroico di partecipanti posa come se stesse aprendo le Olimpiadi, mentre alle spalle si consuma il grande vuoto: un pubblico sparso, casuale, distratto, probabilmente capitato lì per sbaglio mentre cercava il panificio. Qualcuno guarda, qualcuno passa, qualcuno si chiede se sia già finita. Non lo è. Purtroppo.
I costumi fanno il possibile per distrarre dall’assenza di masse: maschere, colori, cappelli improbabili, piume che combattono contro il vento e contro il senso generale della giornata. C’è chi sorride con l’energia di chi ha scommesso tutto su questo momento. E ha perso. Ma con dignità.
Il mood è quello del trash consapevole: selfie frontali ottimisti, mentre la piazza dietro racconta un’altra storia. Una storia fatta di spazi vuoti, eco di passi e una giostra lontana che sembra più frequentata del palco principale. La festa c’è, ma è timida. Come se avesse vergogna di se stessa.
Gli organizzatori parlano di “successo di partecipazione”. Tecnicamente vero: qualcuno ha partecipato. Il Carnevale di Voghera entra così nella leggenda come l’evento che ha avuto il coraggio di esistere anche senza pubblico. Un esperimento sociologico, un atto artistico, o semplicemente domenica.
Applausi. Due. Forse tre. Ma sentiti.


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