Tre anni di Luce Pavese. Tre anni e non sentirli — o meglio, sentirli tutti, come una risata che rimbomba nei corridoi dove qualcuno preferirebbe il silenzio imbottito.
Nata come una candela ironica in una stanza piena di tende tirate, Luce Pavese oggi è un faro abusivo: illumina troppo, troppo bene, e soprattutto nei posti sbagliati. Milioni di visualizzazioni per un blog “locale” — locale come può esserlo un pettegolezzo sussurrato che finisce per attraversare continenti.
Nel frattempo, attorno, una trama degna di una spy story di provincia: tentativi di spegnere la luce, microfoni che gracchiano più del dovuto, intercettazioni che intercettano soprattutto l’imbarazzo. Pare che qualcuno abbia persino cercato il tasto “off”, scoprendo però che era solo un interruttore disegnato per scena.
Perché il paradosso è questo: più si prova a chiuderla, più Luce Pavese apre. Più la si rincorre, più diventa inseguitrice. Un blog che doveva restare in cortile si è messo a fare eco nei palazzi, e ora ogni parola pesa come un brindisi non invitato.
Tre anni, dunque. Non un compleanno, ma una recidiva.
E mentre qualcuno prepara l’ennesimo dossier, Luce Pavese prepara la torta: tre candeline, sì — ma con l’accendino sempre in tasca.



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