A Milano, in questi giorni, si torna a ricordare due figure simboliche della stagione degli anni di piombo: Sergio Ramelli e Enrico Pedenovi. Due omicidi politici che si inseriscono in una fase storica segnata da una violenza diffusa e trasversale, in cui l’appartenenza politica poteva diventare motivo di aggressione e morte.
La commemorazione delle vittime, in sé, appartiene alla dimensione civile del ricordo e non dovrebbe essere letta solo attraverso lenti ideologiche. Tuttavia, attorno a queste cerimonie si intreccia inevitabilmente anche una lettura politica, soprattutto quando il ricordo entra nello spazio pubblico e istituzionale.
Il tema diventa più sensibile se si osserva la posizione dell’attuale Fratelli d’Italia. Il partito, pur mantenendo nel proprio simbolo la fiamma (se pur mutilata dalla sua base) legata alla tradizione della destra post-MSI, ha progressivamente consolidato una distanza politica e culturale dagli anni della destra radicale del dopoguerra e dalla stagione degli anni ’70. Un percorso di trasformazione che passa anche attraverso le esperienze di Movimento Sociale Italiano e, più tardi, di Alleanza Nazionale.
È qui che si apre la contraddizione percepita: da un lato il richiamo simbolico a una continuità storica, dall’altro una chiara volontà di collocazione nel perimetro della destra di governo contemporanea, distante dai codici politici di quegli anni.
In questo quadro, la partecipazione alle commemorazioni può assumere significati diversi. Per alcuni rappresenta un doveroso omaggio alle vittime della violenza politica. Per altri, invece, rischia di assumere una valenza identitaria più marcata, legata a una memoria politica specifica.
Il punto centrale resta proprio questo: la distinzione tra memoria privata, memoria storica condivisa e uso politico della memoria, soprattutto quando si tratta di eventi ancora capaci di suscitare letture contrapposte nel presente.


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