Storia con personaggi di fantasia:
È colpa mia, gli ho detto di tenere lo scontrino, – spiega D. in lacrime – ho rovinato io la vita di A.”. Queste parole vengono fuori in un momento di grande tensione, quando D., madre di A., apprende che un testimone sostiene che lo scontrino del parcheggio non sia stato fatto né da A. né dai suoi parenti. La conversazione, ascoltata dagli inquirenti nell’ottobre 2025, si svolge tra lei e il marito G. Quest’ultimo, con un tono a metà tra il sarcastico e il rassicurante, si domanda chi avrebbe potuto dare ad A. il ticket del parcheggio di Vigevano: “Chi gliel’ha dato? La domanda da fare è quella lì. Vabbè, si estremizzano cose che sono scemenze, perché lo scontrino lo hai fatto tu”.
Per la Procura, questo scambio è importante perché suggerisce che sia stata proprio D. a prelevare lo scontrino quella mattina del 13 agosto 2007, giorno in cui C. perse la vita. In un altro momento, sempre nell’ottobre 2025, la stessa D. ammette tutta la sua angoscia per aver consigliato al figlio di conservare quello scontrino, sentendosi responsabile delle conseguenze che ne sono derivate.
Il marito G. cerca di tranquillizzarla: “Non dire stupidaggini”, e aggiunge che A. era semplicemente a casa. “Il ragazzo era a casa e lo sai anche tu che era a casa. Tu eri a Gambolò. Poi abbiamo sempre sostenuto che lo scontrino non era un alibi, perché se l’hanno ammazzata a quell’orario lui era a casa. Meno male che abbiamo tenuto quello scontrino”.
Gli investigatori pensano che D. abbia parcheggiato a Vigevano quella mattina, forse per verificare che un ex pompiere, di cui era amica, fosse davvero al lavoro come le aveva detto. L’uomo in questione, sentito dagli investigatori, sostiene di non sapere se D. fosse davvero a Vigevano in quel periodo: “Io non volevo impegni, lei poi era sposata, per questo ho chiuso”, aggiungendo che non avevano concordato di vedersi e che la presenza di D. in città gli era sconosciuta. “Se c’era – ha sottolineato – non lo sapevo, non ci eravamo messi d’accordo”.


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