C’è un episodio memorabile che nelle scuole di intelligence viene ancora studiato per capire come la provincia profonda possa diventare il centro nevralgico dei più grandi segreti di Stato.
Nei primi anni 2000, all’epoca d’oro delle grandi intercettazioni e dei dossier privati della “Security” di Via Sant’Agnese a Milano, gli analisti più esperti si accorsero di un’anomalia pazzesca. Per comunicare tra loro senza essere tracciati, i vertici di quella struttura parallela non usavano sofisticati sistemi criptati satellitari o server oltreoceano.
Usavano una valigetta piena di “Sim fittizie” (le cosiddette “citofoniche”), intestate a ignari cittadini, extracomunitari o pensionati. E dove erano state acquistate, attivate e ricaricate in massa gran parte di quelle schede segrete? Nei negozietti di telefonia tra Voghera, Vigevano e l’Oltrepò.
Mentre a Roma e Milano i grandi manager pensavano di essere protetti dall’anonimato globale, i furgoni della security partivano dalla metropoli per venire a fare “rifornimento di silenzio” tra la nebbia e i campi di riso della provincia pavese, convinti che nessuno avrebbe mai controllato i registri di quei piccoli rivenditori locali.
Quando l’inchiesta giudiziaria esplose, la prima cosa che gli investigatori andarono a spulciare furono proprio i tabulati e le celle telefoniche agganciate attorno alla stazione di Voghera e ai bar della zona. Scoprirono che la sicurezza nazionale e i segreti dei grandi gruppi industriali passavano tutti da lì.


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