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Al centrodestra non conviene escludere il Generale

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Di Emanuele Boffi per Tempi

Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, ritiene «curioso» che si pensi di escludere Futuro nazionale di Roberto Vannacci dalla coalizione di centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2027. «Al di là del merito di molte sue proposte, discutibilissime a dir poco, mi chiedo: Vannacci dice poi cose così diverse da quelle che dicevano, solo qualche anno fa, Giorgia Meloni e Matteo Salvini? In fondo, a ben guardare, lo fa addirittura con toni più pacati di quelli usati da molti attuali rappresentanti del centrodestra, del centrosinistra e del centro (dove, di questi tempi, va molto di moda urlare)».

Il generale, abilmente, non perde occasione per fare qualche “sparata”. Lo attaccano da destra e da sinistra e lui gode a rimanere al centro della scena. «Dovremmo chiederci: di chi sono le coalizioni?», osserva Mingardi. «Si parla sempre dell’offerta politica, ma esiste anche la domanda. Se guardiamo alla storia del centrodestra, dobbiamo constatare che oggi Vannacci recita la stessa parte in commedia che hanno recitato prima Salvini e poi Meloni, mettendo immigrazione e sicurezza in cima alla loro agenda. Infatti l’elettore di Vannacci non arriva da Marte, ma fino a ieri ha votato Fdi, Lega, Forza Italia. È una persona che appartiene a quell’area lì: è semplicemente deluso e arrabbiato perché il governo, per mille motivi, non è stato all’altezza delle sue aspettative».

Aggiunge il direttore generale dell’Ibl: «È abbastanza chiaro che oggi l’elettore di centrodestra si identifica più con la coalizione che con i singoli partiti che la compongono. A differenza di quel che accade a sinistra, un elettore di Fdi non si fa alcun problema a sostenere un sindaco della Lega o di Fi, e viceversa. L’attuale legge elettorale, coi collegi uninominali, spinge nella stessa direzione: gli elettori convergono senza problemi sul candidato comune, molto più di quanto non farebbero, a sinistra, cinquestelle e Pd. Se ora, per una qualche ragione, i leader dei partiti stendono un cordone sanitario attorno a Vannacci, si garantiscono da soli un’emorragia di consenso».

La preferenza è una cosa seria. 

Il linguaggio di Vannacci

Come la mettiamo con Vannacci l’impresentabile, l’amico dei russi, il fascista? «L’Italia è un Paese profondamente antifascista e non mi preoccuperei per gli ammiccamenti, un po’ da avanspettacolo, del generale. Anche perché, paradossalmente, più cresce nei sondaggi e più attento dovrà stare a non autoghettizzarsi. Per quanto riguarda la politica internazionale, Vannacci interpreta posizioni diffuse, come fanno e faranno altri, anche a sinistra. In Italia nessuno vota mai su questioni di politica internazionale, ma forse può farlo contro l’idea che alcune parole vadano considerate impronunciabili e chi azzarda a usarle vada ostracizzato. A proposito della sua impresentabilità: ci ricordiamo che, fino a poco fa, questa era precisamente l’accusa rivolta a Giorgia Meloni?». Ma sui femminicidi e sulle quote rosa, Futuro nazionale non si pone fuori dell’arco costituzionale? «Sul politicamente corretto e sulle quote rosa, Vannacci usa argomenti, anche “linguistici”, che il centrodestra ha usato più e più volte e che appartengono al senso comune di buona parte della popolazione. Possono non piacere, ma non sono estranei al centrodestra italiano».

Dal punto di vista della libertà di espressione, ragiona Mingardi, «l’elettore di centrodestra si aspettava qualcosa di più da questo governo. Poi, però, sono accaduti fatti spiacevoli, dal caso Buttafuoco a Venezia in giù, e ci si chiede che fine abbia fatto la promessa di allentare il guinzaglio del politicamente corretto. La lotta all’egemonia di sinistra è diventata una faccenda di poltrone. Meloni credo se ne sia accorta. Infatti ha subito approfittato della vicenda del “patentino antifascista” alla fiera “Più libri più liberi” per tornare a dire le cose che il suo elettorato si aspetta da lei».

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Remigrazione e voto utile

I sondaggi che circolano in questo periodo premiano Futuro nazionale. L’ultimo, quello diSwg per La7, valuta il partito al 5,3 per cento, la stessa percentuale della Lega. Da qui al 2027 nessuno sa cosa accadrà, se cioè Vannacci vedrà aumentare il proprio consenso o se Fn evaporerà. «Di certo – dice Mingardi – se continuano ad attaccarlo e a “mostrificarlo”, è facile prevedere che continuerà a crescere, indipendentemente dalla verosimiglianza di certe proposte, come la “remigrazione”. Ma finché non ha ruoli di governo, non deve per forza confrontarsi con la realtà».

Quindi la strategia quale dovrebbe essere? «Forse la parola “strategia” è fin troppo sofisticata, visto che in politica molte cose accadono al di là delle intenzioni di chi vorrebbe orientarle. Come dice lei, non sappiamo se Futuro nazionale continuerà a crescere e avrà una sua consistenza elettorale, o se si sgonfierà prima delle elezioni. Ma non ho dubbi che sarebbe più logico per la coalizione fare di tutto per mantenerlo al suo interno».

È una questione di legge elettorale? «Anche. Paradossalmente, con l’attuale legge e i collegi uninominali, un appello al “voto utile”, a non “sprecare” un voto votando Futuro nazionale, può avere più presa. Con una legge proporzionale con premio di maggioranza, invece, l’obiettivo deve essere fare scattare la soglia del premio. E più Vannacci cresce, più il centrodestra senza Vannacci se ne allontana…». 

«I veti non convengono»

Non è un pericolo, per la coesione della coalizione e l’efficacia dell’azione di governo? «È un film già visto. Avverrebbe quel che è già accaduto coi cinquestelle, o con la Lega, o con altri partiti anti‑sistema. Per usare un’espressione di Giovanni Orsina, l’esperienza ci insegna che i barbari possono essere romanizzati. E questo può accadere se fenomeni come Vannacci sono accettati dentro un perimetro di ordine democratico e se non c’è preclusione sulla loro possibilità di partecipare al governo. Se Vannacci – e chiunque sarà il Vannacci di sinistra, che credo uscirà allo scoperto nei prossimi mesi – verranno tenuti fuori, prepariamoci a un replay del 2018, fra sei anni: essere messi ai margini li farà crescere e porterà di nuovo a una vittoria dei populismi di destra o di sinistra. Se l’establishment italiano ragionasse, capirebbe che i veti non gli convengono».

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