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Intervista del Pennuto a Cesare Casella sul Comandante Alfa

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Intervista a firma Pennuto su La Provincia Pavese. In foto copertina il Comandante Alfa (Antonio M.), senza censure, in azione in Iraq. I funerali sono stati martedì a Livorno.

Cesare Casella compirà 57 anni. Meno due. Anzi, per la precisione, meno 743 giorni, cioè il tempo che l’anonima sequestri calabrese lo tenne prigioniero tra un garage di Buccinasco e tre tane scavate nella terra dell’Aspromonte. Catturato nei pressi della Vigentina una nebbiosa sera del 18 gennaio 1988 e rilasciato a Natile di Careri (Rc) il 30 gennaio 1990, dopo il pagamento di un riscatto da parte del padre Luigi, titolare di una concessionaria Citroen, la pressione mediatica suscitata da sua madre Angela (“mamma coraggio”) e le azioni del Gis, il Gruppo di intervento speciale. Uno di quei carabinieri era il comandante Alfa.

Casella, il comandante Alfa è morto

«Sì, l’ho saputo. Lo avevo visto l’ultima volta quando presentò il suo libro (“Cuore di rondine” – ndr) a Pavia nel 2016. Lo incontrai dietro le quinte senza il mephisto, il passamontagna delle forze speciali. Scambiammo qualche parola».

Che ruolo ebbe nella sua liberazione?

«Insieme ad altri tre carabinieri del Gis raggiunse un punto concordato con i sequestratori per la consegna del riscatto. Loro avevano chiesto che andassero i miei famigliari e indicarono anche il modello dell’auto, un’utilitaria Suzuki».

Invece?

«I carabinieri presero un’auto come quella indicata e la equipaggiarono per un’operazione militare. Il comandante Alfa faceva parte di quel “commando”. Ci fu uno scontro a fuoco e catturarono Giuseppe Strangio, le cui parole poi servirono a stringere il cerchio».

Il Corriere ha realizzato un podcast sulla sua vicenda. Mi spiega come si fa a stare due anni sottoterra e non impazzire?

«Guardi, me lo chiedo anche io ancora oggi»

E che risposta si dà?

«La risposta è molto semplice: perché all’inizio non sai che resterai ostaggio per due anni e quindi tu navighi giorno per giorno».

Verso la fine le lasciavano leggere ritagli di giornale.

«Sì, è vero. Avevo più bisogno di leggere che del cibo. In quelle situazioni serve per distrarre, per tenere impegnata la mente, perché ti scopri delle cose che non pensavi neanche di avere, delle risorse che uno non pensava neanche di poter avere. A 18 anni hai in mente altre cose. Non è che leggi e guardi i telegiornali. Mi sono fatto l’esperienza sulla mia pelle».

È vero che chiese uno yogurt e i suoi sequestratori non sapevano cosa fosse?

«È vero. Questi vivevano in un’altra epoca. In quei mesi ho scoperto una situazione in Italia che io non immaginavo nemmeno esistesse».

La Pavia di allora era quella raccontata nelle canzoni degli 883.

«Sì, era quello. Io sono quasi coetaneo di Pezzali e di Repetto. La piazza, i giri, i motorini truccati».

Lei che moto aveva?

«Io avevo una Vespa rossa all’epoca, un cinquantino fino ai sedici anni. Dopo avevo il Cagiva, l’Aletta oro 125. Arrivava a 140 all’ora. Mi ricordo che dalla scritta “125” avevo staccato l’uno iniziale e avevo aggiunto uno “zero” finale. Così potevo andare in autostrada. Era un mondo molto più libero, molto meno controllato di adesso».

Sua madre cambiò la sua storia, ma anche l’approccio ai sequestri di persona.

«Prima si consigliava di stare zitti, di non pagare niente; però su due sequestrati uno non tornava a casa. Poi, dopo che mia madre si incatenò, venne approvata la famosa legge che imponeva il blocco dei beni della famiglia del sequestrato, perché se subisci un reato non puoi farne un altro. Pagare era come favorire i sequestri, perché chi compiva questi crimini si diceva “tanto questi stanno zitti, pagano e buonanotte”. Invece cambiando completamente l’atteggiamento, questa piaga si è chiusa da sola».

Anche per un cambio di rotta dello Stato.

«Certo. I malviventi capirono che si portavano in casa esercito, carabinieri, polizia e quello li disturbava parecchio. In Calabria bisogna che tutto sia in silenzio e che nessuno vada a disturbare i loro traffici. Questo gli dava più svantaggi che vantaggi».

Quale effetto ottenne la presenza di sua madre?

«In Calabria arrivarono i media di tutto il mondo e fecero conoscere le realtà di San Luca, di Platì. Mi ricordo che arrivarono persino giornalisti dal Giappone e un inviato di Time. Puntando l’attenzione su quel territorio e rendendo pubblica la vicenda, mia madre rese non più conveniente il business dei sequestri di persona»

Lei adesso non vive più a Pavia?

«Abito tra Pavia e Milano».

Ogni tanto torna?

«In realtà io sono a Pavia, ho la mia attività, tutti i miei amici, tutte le mie cose sono sempre qua. Poi la vita mi ha portato a conoscere la mia prima moglie a Milano, il primo figlio, poi il secondo. Ormai vanno a scuola a Milano però il mio cuore è pavese, mi parli paves, non ho problema. Io sono pavese al 100%».

Le capita mai di passare dove i sequestratori la bloccarono?

«Tutti i giorni. Adesso è tutto illuminato. Ma all’epoca lo era molto di meno, poi era inverno, c’era la nebbia, quindi era una zona ideale per un agguato, si prestava. Inoltre loro facevano base nella zona di Corsico, di Buccinasco per cui anche logisticamente era comoda per loro. Perché a 20 minuti da qui mi hanno portato nel box a Buccinasco e poi da lì sono sceso in Calabria».

Succede che lei sogni ancora quei momenti?

«La verità è che fortunatamente no, non mi capita, ma da subito. Non ho mai avuto sogni legati a quel periodo. Si figuri che io alle volte dormo con la porta aperta, a volte mi dimentico, mia moglie si arrabbia perché mi dice “come è possibile che non mi chiudi le porte?” Quello che accadde allora non mi ha tolto la fiducia nel prossimo. Sono riuscito a superare bene quella situazione».

Non prova rancore per quelle persone?

«No, guardi. Purtroppo sono delle minoranze, anche se hanno il controllo su tutta la regione, o almeno su una buona parte. Ma la gente normale non c’entra. Non si ragiona così».

Quando fu liberato, dopo essere stato abbandonato legato a una pianta, trovò subito accoglienza in una casa.

«Sì. I calabresi sono espansivi. Se possono ti danno tutto quello che hanno. Ancora oggi incontro gente che viene da quella regione e quasi si scusa per queste cose. Purtroppo è una società spaccata in due. C’è una parte che ha fatto delle scelte criminali e l’altra parte che purtroppo le subisce. Speriamo che con l’istruzione delle nuove generazioni, con un po’ di progresso e magari avendo più lavoro, questa cosa vada a diminuire».

La situazione di disagio spinse anche i suoi sequestratori?

«Credo che i comportamenti criminali siano dettati un po’ dall’ignoranza, perché magari chi li mette in atto non ha un livello sufficiente di istruzione e poi dalla condizione di indigenza. Se uno non ha alternative… Anche i ragazzini che crescono vedono che questi criminali sono quelli che se la passano bene, che hanno i soldi, li prendono come esempio, come modello. Purtroppo se ci fosse un’altra soluzione, sicuramente le cose potrebbero essere migliori. Speriamo. Io sono ottimista anche in questo».

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