Non è una questione di chi vince o perde. O di arrendersi o proclamarsi vincitori. Il tifo per una delle due parti in guerra, da strumentalizzare alla bisogna, è roba in cui in Italia siamo esperti.
È una questione di razionalità questa.
Un’altra settimana come quella appena trascorsa, con l’uccisione sistematica di ogni tipo di leadership, e con 3 mila attacchi militari, l’Iran non la regge.
E la voglia di arricchire uranio per l’atomica, o progettare in maniera sistematica la distruzione dello Stato di Israele, gli ha presentato un conto molto pesante.
Che porterebbe diventare definitivo se la coalizione decidesse di bombardare le raffinerie petrolifere. Cose che ad oggi non è stata assolutamente fatta.
Ed è per questo anche, che la strada della mediazione, trova un suo perché.
L’Iran invece, nel raggio di azione della sua capacità bellica ha colpito, o tentato di colpire le raffinerie dei paesi limitrofi. La risposta all’attacco ricevuto è stata potente, come si è visto.
Anche i paesi del Golfo bombardati dall’Iran non reggono un’altra settimana come quella trascorsa.
Con in più la chiusura dello stretto di Hormuz.
E pure la colazione americana con tutto quello che ha tirato e lanciato, non ha missili infiniti.
E tutto ciò ha un costo, sia bellico che economico.
Il rilancio americano, però, è pesante:

Boots on ground vuole dire invasione terrestre.
Ma sembra più un rilancio mediatico, che nelle intenzioni.
Si inizia a parlare di “deal”, cioè accordo.
Termine che finora non era mai stato accennato.
È già qualcosa, ma la strada è ancora lunga.


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